Transizioni.
L’ultima volta che ha viaggiato in treno non era alto abbastanza da poter vedere i propri fianchi riflessi nel vetro.
Aveva i capelli tagliati in un caschetto corto, da ragazzino, il colletto della camicia inamidato e una cravatta di cui non avrebbe saputo rifare il nodo. Quando ha imparato, il mercato è stato invaso da cravatte abbottonabili già annodate – e Meridian si era spalancata a lui.
Meridian è grande quanto un mondo, per chi sa viverla – e Damien è sempre stato un ragazzo dagli inaspettati talenti naturali.
Fino a che suo padre non ha cominciato a dargli del fallito.
«Mi spiace, Lawrence.»
«Di cosa?»
«Che sei qui. So che preferiresti essere sulla nave.»
«Ah. Beh, non era importante che partissi anche io, e poi era da tanto che non viaggiavo in treno. Intendo, mi piace viaggiare in treno.»
Lawrence è l’unica persona che Damien conosce che sappia essere sincero mentre mente.
È ovvio che preferirebbe essere in viaggio con Johann – con il suo Capitano, il suo rispettato, ammirato, idolatrato capitano – ma Lawrence non sa mentire bene – anzi, non sa mentire del tutto – e non può che essere vero che quel viaggio gli sta facendo piacere almeno un po’.
Ha portato con sé un terminale tascabile con un manuale di qualcosa che ha a che fare con legislazioni di svariati porti spaziali, righe e righe riflesse sul finestrino in cui formule giuridiche si susseguono senza fantasia. Ma neanche un tale tedio riesce a far appassire l’attenzione assoluta che Lawr concede a qualsiasi cosa o persona gliela chieda. Sia anche con un cenno.
«Questo treno fa schifo, Lawr.»
«Dite? Non è molto peggio dell’ultimo che ho preso, otto mesi fa.»
«Allora forse fanno schifo tutti i treni. Non sono ancora passati per offrire da bere.»
«Signorino... Non potete ancora bere.»
«Non intendevo quello.»
«Ah. Scusatemi.» Lawrence accenna a un inchino, come l’Accademia gli ha insegnato – ma, da seduto, sembra semplicemente profondersi in servizievole costernazione. «Comunque immagino siano partiti dalla prima carrozza, e quindi ci metteranno un po’ ad arrivare qui.» Pensa. «Volete che vada a prendervi qualcosa?»
«No. Grazie, Lawrence.»
I boccoli castani dell’ufficiale subiscono l’ennesimo annuire scattoso – sempre colpa della Marina, se anche questo gesto è codificato da gesti fluidi come lo scatto di una lancetta – e Lawrence torna al suo silenzioso studio di procedure d‘imbarco in porti troppo piccoli perché la Ragnarok li veda mai.
Damien lo invidia.
Invidia, cioè, l’intangibilità della sua vita quotidiana.
Lawrence ne ha viste tante, e partendo nel modo peggiore: da ingenuo assoluto. Tanta buona volontà, certamente, ma nessuno avrebbe scommesso a favore di quell’impacciato neo-ufficiale che oltre a non usare parole volgari non sapeva neanche riconoscerle.
Ora sa riconoscerle, sa da dove provengono ma continua a essere l’impeccabile ufficiale da sala ricevimenti che finge di non aver capito un’indecenza per evitare a chi l’ha detta di doversi vergognare.
Invidia anche come nella stanchezza riesca a rimanere riconoscibile – o forse è Damien a fare d’eccezione, Damien che non sopporta più di vedersi allo specchio perché quelli che una volta erano i suoi occhi adesso lo accusano.
È colpa tua.
Non sa di cosa – è dall’inizio di tutta questa faccenda che non sa da dove sia iniziata – ma il verdetto è già stato parzialmente e inesorabilmente decretato.
È colpa tua.
Non foss’altro che per mancanza di altri colpevoli e per presenza di troppe vittime.
Anche Lawrence che è su questo treno ad accompagnarlo – Lawrence che dall’inizio del viaggio si comporta impeccabilmente, impeccabile galantuomo che distoglie l’occhio dai falli altrui.
Ed è inutile dirgli:
«Mi spiace, Lawrence.»
«Non ne avete motivo, signorino.»
Aveva i capelli tagliati in un caschetto corto, da ragazzino, il colletto della camicia inamidato e una cravatta di cui non avrebbe saputo rifare il nodo. Quando ha imparato, il mercato è stato invaso da cravatte abbottonabili già annodate – e Meridian si era spalancata a lui.
Meridian è grande quanto un mondo, per chi sa viverla – e Damien è sempre stato un ragazzo dagli inaspettati talenti naturali.
Fino a che suo padre non ha cominciato a dargli del fallito.
«Mi spiace, Lawrence.»
«Di cosa?»
«Che sei qui. So che preferiresti essere sulla nave.»
«Ah. Beh, non era importante che partissi anche io, e poi era da tanto che non viaggiavo in treno. Intendo, mi piace viaggiare in treno.»
Lawrence è l’unica persona che Damien conosce che sappia essere sincero mentre mente.
È ovvio che preferirebbe essere in viaggio con Johann – con il suo Capitano, il suo rispettato, ammirato, idolatrato capitano – ma Lawrence non sa mentire bene – anzi, non sa mentire del tutto – e non può che essere vero che quel viaggio gli sta facendo piacere almeno un po’.
Ha portato con sé un terminale tascabile con un manuale di qualcosa che ha a che fare con legislazioni di svariati porti spaziali, righe e righe riflesse sul finestrino in cui formule giuridiche si susseguono senza fantasia. Ma neanche un tale tedio riesce a far appassire l’attenzione assoluta che Lawr concede a qualsiasi cosa o persona gliela chieda. Sia anche con un cenno.
«Questo treno fa schifo, Lawr.»
«Dite? Non è molto peggio dell’ultimo che ho preso, otto mesi fa.»
«Allora forse fanno schifo tutti i treni. Non sono ancora passati per offrire da bere.»
«Signorino... Non potete ancora bere.»
«Non intendevo quello.»
«Ah. Scusatemi.» Lawrence accenna a un inchino, come l’Accademia gli ha insegnato – ma, da seduto, sembra semplicemente profondersi in servizievole costernazione. «Comunque immagino siano partiti dalla prima carrozza, e quindi ci metteranno un po’ ad arrivare qui.» Pensa. «Volete che vada a prendervi qualcosa?»
«No. Grazie, Lawrence.»
I boccoli castani dell’ufficiale subiscono l’ennesimo annuire scattoso – sempre colpa della Marina, se anche questo gesto è codificato da gesti fluidi come lo scatto di una lancetta – e Lawrence torna al suo silenzioso studio di procedure d‘imbarco in porti troppo piccoli perché la Ragnarok li veda mai.
Damien lo invidia.
Invidia, cioè, l’intangibilità della sua vita quotidiana.
Lawrence ne ha viste tante, e partendo nel modo peggiore: da ingenuo assoluto. Tanta buona volontà, certamente, ma nessuno avrebbe scommesso a favore di quell’impacciato neo-ufficiale che oltre a non usare parole volgari non sapeva neanche riconoscerle.
Ora sa riconoscerle, sa da dove provengono ma continua a essere l’impeccabile ufficiale da sala ricevimenti che finge di non aver capito un’indecenza per evitare a chi l’ha detta di doversi vergognare.
Invidia anche come nella stanchezza riesca a rimanere riconoscibile – o forse è Damien a fare d’eccezione, Damien che non sopporta più di vedersi allo specchio perché quelli che una volta erano i suoi occhi adesso lo accusano.
È colpa tua.
Non sa di cosa – è dall’inizio di tutta questa faccenda che non sa da dove sia iniziata – ma il verdetto è già stato parzialmente e inesorabilmente decretato.
È colpa tua.
Non foss’altro che per mancanza di altri colpevoli e per presenza di troppe vittime.
Anche Lawrence che è su questo treno ad accompagnarlo – Lawrence che dall’inizio del viaggio si comporta impeccabilmente, impeccabile galantuomo che distoglie l’occhio dai falli altrui.
Ed è inutile dirgli:
«Mi spiace, Lawrence.»
«Non ne avete motivo, signorino.»
