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Jan. 6th, 2010


[info]diosbios

Transizioni.

L’ultima volta che ha viaggiato in treno non era alto abbastanza da poter vedere i propri fianchi riflessi nel vetro.
Aveva i capelli tagliati in un caschetto corto, da ragazzino, il colletto della camicia inamidato e una cravatta di cui non avrebbe saputo rifare il nodo. Quando ha imparato, il mercato è stato invaso da cravatte abbottonabili già annodate – e Meridian si era spalancata a lui.
Meridian è grande quanto un mondo, per chi sa viverla – e Damien è sempre stato un ragazzo dagli inaspettati talenti naturali.
Fino a che suo padre non ha cominciato a dargli del fallito.
«Mi spiace, Lawrence.»
«Di cosa?»
«Che sei qui. So che preferiresti essere sulla nave.»
«Ah. Beh, non era importante che partissi anche io, e poi era da tanto che non viaggiavo in treno. Intendo, mi piace viaggiare in treno.»
Lawrence è l’unica persona che Damien conosce che sappia essere sincero mentre mente.
È ovvio che preferirebbe essere in viaggio con Johann – con il suo Capitano, il suo rispettato, ammirato, idolatrato capitano – ma Lawrence non sa mentire bene – anzi, non sa mentire del tutto – e non può che essere vero che quel viaggio gli sta facendo piacere almeno un po’.
Ha portato con sé un terminale tascabile con un manuale di qualcosa che ha a che fare con legislazioni di svariati porti spaziali, righe e righe riflesse sul finestrino in cui formule giuridiche si susseguono senza fantasia. Ma neanche un tale tedio riesce a far appassire l’attenzione assoluta che Lawr concede a qualsiasi cosa o persona gliela chieda. Sia anche con un cenno.
«Questo treno fa schifo, Lawr.»
«Dite? Non è molto peggio dell’ultimo che ho preso, otto mesi fa.»
«Allora forse fanno schifo tutti i treni. Non sono ancora passati per offrire da bere.»
«Signorino... Non potete ancora bere.»
«Non intendevo quello.»
«Ah. Scusatemi.» Lawrence accenna a un inchino, come l’Accademia gli ha insegnato – ma, da seduto, sembra semplicemente profondersi in servizievole costernazione. «Comunque immagino siano partiti dalla prima carrozza, e quindi ci metteranno un po’ ad arrivare qui.» Pensa. «Volete che vada a prendervi qualcosa?»
«No. Grazie, Lawrence.»
I boccoli castani dell’ufficiale subiscono l’ennesimo annuire scattoso – sempre colpa della Marina, se anche questo gesto è codificato da gesti fluidi come lo scatto di una lancetta – e Lawrence torna al suo silenzioso studio di procedure d‘imbarco in porti troppo piccoli perché la Ragnarok li veda mai.
Damien lo invidia.
Invidia, cioè, l’intangibilità della sua vita quotidiana.
Lawrence ne ha viste tante, e partendo nel modo peggiore: da ingenuo assoluto. Tanta buona volontà, certamente, ma nessuno avrebbe scommesso a favore di quell’impacciato neo-ufficiale che oltre a non usare parole volgari non sapeva neanche riconoscerle.
Ora sa riconoscerle, sa da dove provengono ma continua a essere l’impeccabile ufficiale da sala ricevimenti che finge di non aver capito un’indecenza per evitare a chi l’ha detta di doversi vergognare.
Invidia anche come nella stanchezza riesca a rimanere riconoscibile – o forse è Damien a fare d’eccezione, Damien che non sopporta più di vedersi allo specchio perché quelli che una volta erano i suoi occhi adesso lo accusano.
È colpa tua.
Non sa di cosa – è dall’inizio di tutta questa faccenda che non sa da dove sia iniziata – ma il verdetto è già stato parzialmente e inesorabilmente decretato.
È colpa tua.
Non foss’altro che per mancanza di altri colpevoli e per presenza di troppe vittime.
Anche Lawrence che è su questo treno ad accompagnarlo – Lawrence che dall’inizio del viaggio si comporta impeccabilmente, impeccabile galantuomo che distoglie l’occhio dai falli altrui.
Ed è inutile dirgli:
«Mi spiace, Lawrence.»
«Non ne avete motivo, signorino.»
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[info]diosbios

Irrealtà.

(Scritto oggi in treno.)

Treno München-Hamburg, partenza alle 10:20 del mattino, arrivo fra cinque ore e mezza.
Fuori dal finestrino: verde e bianco.
Il verde della vegetazione e il bianco della neve e del cielo.
Nelle orecchie: una commossa e commovente canzone, il cui nome ovviamente non ricordo, tratta dalla colonna sonora di Romeo+Juliet.
Mi piace cercare la mia posizione nel mondo quando sono in viaggio, e i pensieri lanciati si disperdono da qualche parte nel paesaggio – che è un luogo a cui non puoi arrivare e da cui non puoi partire, è un passaggio, luogo di mezzo.
E questo paesaggio, assieme a quello che ho attorno – il vagone del treno e le persone che lo compongono – non deve fingere di essere qualcosa di diverso perché io possa farmelo stare attorno con agio. Non devo fingere che sia diverso da ciò che è: non devo ignorare alcune cose né significare particolarmente altre.
Sta lì, anonimo e quieto attorno a me.
Sebastian, mio gentile ospite a Monaco, mi ha messo in mano del cibo prima che partissi: una focaccia farcita che potrebbe sfamarmi per due giorni. Sottotitolo: qui è vietato morire di fame. Bentrovata, Germania.
I pantaloni mi stanno stretti, perché sono un esemplare raro, che in Germania dimagrisce e in Italia ingrassa – ok, ci sono anche i due litri di birra bevuti ieri – e Seb ha insistito per ficcarmi in valigia un’altra bottiglia, come se dove sto andando non ci fosse birra (c’è ma non è birra della Baviera, bestemmia!). Anzi, mi manca la nordica e amarognola Jever – da quelle lande dove la gente impara a pescare entro i quattro anni, come da bocca di Seb o di sua sorella, non ricordo.
Ieri sera cena fuori in ristorante tipico dal grazioso lusso bavarese, con superfici lucidate e decorate alla cattolica – il cattolicesimo tedesco, meno frivolo di quello italiano. Quasi educativo.
La sorella di Seb è molto simpatica, e la serata è stata un toccasana per l’umore. Mi piace dirigermi in quel di Kiel un passo alla volta, a gradini, attraversando la Germania. Qui le chiese hanno campanili arrotondati, e le case sono cubi dall’eleganza imponente – a Kiel i palazzi sono alti e stretti e le chiese hanno campanili appuntiti. La protestante Kiel.
Per un seminario sto leggendo il Tonio Kröger, che gioca sulle differenze tra Lübeck (a un’ora da Kiel) – città nordica, danese, protestante, grezza – e Monaco – splendente e meridionale Monaco, dell’arte e dei vizi.
Quel che so è che a Kiel nevica. Che non ha smesso di nevicare, a quanto pare – e Kiel non è città in cui di solito nevichi.
C’è un che di isolante (che rende isolati) in tutta questa neve, nell’idea di andare nelle sue braccia – di tornare al freddo visibile. È la rarefazione a cui associo la Germania – brucianti nuclei caldi isolati nella landa piatta e silenziosa. Dà pace, e – secondo ogni cliché – è una pace che deriva da una sensazione di morte, di già morto o mai nato, di verginità. Lascia soli con se stessi e con qualcosa – qualcosa di imponente e silente, e qui Dio deve avere tutt’altro sapore.

Qualche ora dopo...
... È ancora tutto inesorabilmente bianco, ancor più bianco, sempre più bianco. Città come Norimberga sono chiazze di mattoni per palazzi d’inizio secolo scorso – se lo siano veramente, o se fingano, come München, non lo so. Palazzi come titani addossati gli uni sugli altri – hanno la pesantezza delle cose vecchie e tenaci, e quei mattoni rosso-scuro qui onnipresenti, che nelle zone industriali fanno molto steam-punk.
Come Amburgo, a cui sono diretta – grossa città-bestia che per me non avrebbe alcuna attrattiva se non fosse per il fatto che voglio capire per quale motivo ha attrattiva. La fortuna di una città grossa in una zona negli ultimi decenni non particolarmente florida rispetto alle altre? Amburgo e le sue vie in centro con negozi con prezzi proibitivi anche per l’alta borghesia, e di fianco la pericolosità di una città che conosce la povertà.
Amburgo mi fa venire in mente un grosso mattone.

E vorrei sapervi dire che alberi mi sfrecciano di fianco, ma sono di un’ignoranza sconfinata circa la flora, e posso solo supporre siano pini. Conoscere nomi di alberi e fiori e uccelli si rivela fatalmente utile solo quando ci si trova davanti a una descrizione estetizzante – allora sarebbe comodo avere in mente un centinaio di nomi, anziché cercare fino alla nausea sinonimi per «albero».
Fuori dal finestrino ci sono:
Alberi e alberi e alberi.
A voi non fregherà di che specie, tanto sono o goticamente alti e spogli da metà in giù, o meno svettanti e nudi come la stagione richiede. Sono macchie nere su sfondo bianco, perché anche quel poco di verde rimasto si amalgama con le ombre.
E il sole, qui, comincia a lanciare ombre fredde – vedrò, alle cinque, il crepuscolo del Nord, con chiaroscuri violacei e atmosfere bluastre. Il sole italiano è troppo dorato per tali atmosfere alienanti; il sole italiano ti bacia; questo ti circonda – e quale fastidio al pensiero che non è riproducibile in foto, perché quando la macchina fotografica coglie i giusti colori, su carta (o su schermo) risultano così vividi da non sembrare veri, ossia da suonare falsi, e la magia – che è un attimo di equilibrio tra reale e irreale – non riesce a sussistere.
È come se i colori caldi venissero privati dal proprio calore – ed ecco che anche gli interni del treno si stanno facendo rosati, la neve è azzurra e le punte degli alberi sono blu – e tutto ciò che era secco e marrone si trasforma in una cacofonia di terre dipinte di viola e prugna e indaco.
Mi è capitato, di ritorno dall’Uni, di fermarmi al centro di un viale per raccogliere da terra una foglia secca o un filo d’erba verde, per appurare se – al confronto con la mia pelle, il cui colore conosco bene – non perdessero la magia. L’ho fatto più volte. Il senso d’irrealtà preme così tanto che ci si ritrova a essere un po’ scimmie, che devono toccare e assaggiare ciò che vedono.
Il mio ritorno in Italia mi ha rovinato la fiaba della neve, che nelle mie lande natie diventa grigia e sporca dopo dodici ore, accumulandosi come fango ai lati della strada. Si fa secca in fretta, dura ma fragile, o vischiosa e tenace, come rigurgito di fogna destinato a riversarsi in strada solo lentamente, giorno dopo giorno, rivelando cartacce e bottiglie di plastica.
Spazzatura e altre amenità.
Come fa una strada a diventare così sporca?
Me lo sono chiesta al mio arrivo in Italia, osservando spazzatura indefinita macchiarmi la neve. La sporcizia, quella costituita da prodotti creati dall’uomo, si crea accumulandosi, ossia: venendo accumulata. In ambo i casi c’è un’impersonalità che non so risolvere – accumulandosi, venendo accumulata – dov’è colui che agisce? A furia di non saperlo si comincia ad avere l’impressione che la spazzatura si generi da sé, si attiri e richiami in un’inesorabile spirale discendente che alla fine sporca anche le persone.
Certo, parlarne mentre sono seduta su un treno tedesco non vale. I tedeschi, non valgono – che quando abbattono un albero polverizzano ciò che rimane a terra, strappano le radici e in un giorno non è rimasto più nulla – un po’ inquietante, perché con tale efficienza ci vogliono cinque minuti a far sparire un uomo, e perché tanta smania di polverizzare anche le radici?

Jan. 5th, 2010


[info]diosbios

Ritualità e altre vanità.

In TV: documentario sulla comunità ebraica a Berlino.
Sottotitolo: devi vederlo.
Come ci si poteva immaginare, è costruito su luoghi della memoria - e ricordiamo quella settimana a Berlino per un seminario sui luoghi della memoria a Berlino, non solo ebraici per fortuna (anche perché quelli ebraici doveva trovarli il mio gruppo di quattro persone me compresa, con cui ho condiviso la poca voglia di risolvere il NS con cimiteri ebraici), che sarà massacrante.
Sveglia alle sette (o prima, dato che so che condivido una camerata con otto persone ma non so quanti bagni ci siano) tutte le mattine, in giro fino a cena. Gli orari sono calcolati di modo che si abbia dalle due alle tre ore libere giornaliere se si vuole dormire otto ore a notte; quando ci sono visite a musei anche di sera niente ora di libertà.
Non vedo l'ora.
(No, non sto essendo ironica; sono dannatamente curiosa di vedere cosa ne verrà fuori, se lo spirito comunitario tedesco farà tollerare la convivenza coatta a tutti o se ci saranno casi di idrofobia.)
Nelle orecchie: Primavera di Einaudi, che è parte della colonna sonora di The Reader (non ricordo mai se l'hanno tradotto A voce alta o se Ad alta voce), canzone appena caricata sull'Ipod assieme a Palladio di Jenkins (Un diamante è per sempre), ad Uprising dei Muse (che ascoltavo quest'estate, e al mio ritorno in Italia ho scoperto che qui è un tormentone da qualche mese) e a un pezzo di nome, credo, Egg, gratuitamente passatomi alla cieca da VB.
VB mi raggiungerà a Kiel a fine gennaio (se sopravvivo alla settimana berlinese), con CV in inglese e appartamenti da visitare. VB che cominciò a studiare tedesco l'anno scorso per lavoro e che tartasso con questioni di pronuncia ("Quella 'e' non si pronuncia 'e'! È una schwa! E la 's' corta!") mentre io ho ancora feroci problemi di cadenza.
E penso:
Sta per fare freddo e sta per fare caldo.
Kiel, in inverno, non è molto più fredda rispetto a qui, ma c'è un vento inesorabile.
Kiel, in qualsiasi stagione, e la mia camera in cui se mi muovo posso andare in giro in maglietta - quanto, quanto, ho sofferto il freddo in questi giorni.
Domani - cioè oggi, dato che è notte - sarò a Monaco per le due e mezza del pomeriggio, lascerò i bagagli a Sebastian o ai depositi bagagli (servizio offerto dalle ferrovie tedesche, previo pagamento) e mi farò un giro nella ricca città-stato tedesca. Perché nessuno si sofferma mai sul fatto che la Germania ha tre città-stato? Anyway, giro nella ricca München il cui centro sembra vecchio ma è ricostruzione nuova di quello vecchio abbattuto, cena con Seb e forse sua sorella.
Il giorno dopo partenza per Hamburg, e infine Hamburg-Kiel.
Il giorno dopo, l'inferno.
Un dibattito in inglese da improvvisare, due presentazioni da discutere, e burocrazia urgente per l'affitto e il prolungamento del soggiorno.
Sto cercando di figurarmi giorni più rilassati di quelli che mi sono lasciata alle spalle lì, anche se il pensiero logico mi porta a conclusioni più impegnative - proprio perché il pensiero logico mi porta a ciò mi ribadisco aspettative tranquille. Ho bisogno di coccole, dell'unico genere che nomino: quelle della bestia che si lecca in solitudine.
Perché so che mi sentirò molto, molto sola. Perché queste quasi tre settimane in Italia mi hanno lasciato dentro la consapevolezza di un vuoto, di uno slot sgombro come un piatto di carestia, e quindi rimane Kiel - quella Kiel nella quale negli ultimi due mesi mi sono isolata per studiare. Circondata di solitudine - che potrò colmare, ma più avanti. Molti tornano una settimana dopo di me, e andrò ad abbracciare Marcus e farò qualche progetto di svago - ci siamo ripromessi di andare in una discoteca etero. Abbraccerò Laura che nel frattempo si è fidanzata e che è tenera così, con quella faccia da britannica vittoriana da foto di famiglia - e che ha motivo di avercela con me, dato il mio isolamento.
(Ommioddio, in questo void sociale ed esistenziale la mia mente ripesca britannici. Ommioddio.)
Ma ci sono anche i francesi, chiamati "i francesi" in tutte le lingue lì parlate - i francesi di cui non ricordo tutti i nomi e comunque non saprei scriverli (dovrei controllare su Facebook e non ne ho voglia), ma di cui uno fa tenerezza, con uno c'è una simpatia tagliente, l'altro un moderato e piacevole buon discorrere.
E ci sono... E ci sono...
... E basta elenchi di nazionalità - pessimo influsso dei corsi di lingua che inneggiano alla multiculturalità ribadendo le differenze culturali.
Mi sento in un punto pericolosamente instabile della mia vita e, accanto al prenderla con filosofia e con un po' di cecità, mi dico che perlomeno accade mentre sono a Kiel e non mentre sono in Italia. Sennò affonderei - no, corretto: affonderei se sapessi di non poter tornare in Germania o dove per lei.
La Germania funge un po' da capro espiatorio (tanto c'è abituata): tu, oh stronza, che mi hai fatto realizzare che.
Che cosa esattamente io abbia realizzato non lo so, lo sanno le mie sensazioni. Il mio umore al mattino in queste settimane, il mio fisico impigrito e malaticcio (è da due settimane che ho una specie di pre-maldigola), l'accidia e l'irresolutezza. E un ben conosciuto senso di inutilità, ovviamente.
Anni fa un mio amico A, parlando di un mio amico B, disse:
"Il problema è che il suo cielo e la sua terra sono troppo distanti."
Non so che volesse intendere, so cosa intesi io: che le sue aspettative e le correlate realizzazioni erano troppo distanti.
Feci, pochi giorni dopo, un discorso a un'amica C, dicendole che la vita va a fasi di sincronizzazione: prima bisogna sincronizzarsi con sé stessi e trovare il proprio baricentro, poi sincronizzare il proprio baricentro con quello del mondo (del mondo in cui si vive, dalla propria cella alla città al mondo intero).
Glielo dissi da persona che aveva avuto critici problemi nel sincronizzarsi con se stessa, bastanti a ribaltare se stessa e un buon quantitativo di cose e persone attorno a sé. Ma alla fine ce l'ho fatta.
Il mio problema attuale deve riguardare la mia sincronizzazione con il mondo.
Ho convinzioni troppo salde su di me. Per quanto io possa dire e ribadire che io sia incapace di giudicarmi, e che alterno grande stima a gran disprezzo, infine mi salvo sempre. Mi difendo sempre dal prossimo - quelle rare volte che il prossimo arriva a raggio e mi colpisce. Ci devo tenere, a questa cosa che è me e Me. Ci devo credere, per dirla più correttamente - quando credi a qualcosa e per quel qualcosa sei disposto a sacrificare tutto il resto.
Ma la sincronizzazione con il mondo...
Il soggiorno a Kiel, con tutte le incapacità e i muri e le incomprensioni, agevola tale sincronizzazione. La rende più soddisfacente.
Forse perché non sono mai stata capace di fare della mia cerchia di persone care un mondo; non so esimerle dai miei spietati giudizi, non so "salvarle" da ciò che credo siano. Non è in loro che cerco me.
Non che io cerchi me in Kiel - graziosa cittadina, Kiel, in cui passerei molti mesi ma non una vita - graziosa perché ha un porto e da lì puoi partire, che è un bel pensiero - ma Kiel è un "mondo" abbastanza grosso da fungere da Mondo, al momento.
Più grosso del mio vicinato, che seppellirei per metà - la metà autoctona, circa. Amo il mio quartiere a Lecco, quattro vie e infinite auto, che adesso ha un market cinese, un alimentari greco e un fruttivendolo (nord?)africano. Sono affezionata a tale Babele - perché non sento il bisogno di avere una cultura che mi accomuni con il prossimo, ma di quella coltivata me, che assieme alla Me di sottofondo, si interfaccino al diverso prossimo per trarne il più possibile. Si fotta la cultura. Si fotta quella intesa come superiorità intellettuale e quella intesa come aggregante sociale. Lasciate la mente collettiva ai Borg, gli spaghetti italiani agli americani e la birra tedesca ai turisti dell'Oktoberfest. Senza turisti e viaggiatori che inseguivano tutto tranne che la propria cultura non avremmo un'idea così precisa delle culture altrui e della nostra. Sono gli introiti della Barilla a fare la cultura italiana nel mondo, Italia compresa, non il vostro attaccamento alla purezza dello spaghetto.
Ma sto divagando - il che mi ricorda che io sono sempre io.
Anni fa, più anni fa degli anni fa prima citati, una donna che ha avuto un ruolo strano nella mia vita, nel senso che mi avrebbe voluto nella sua ma non in quella di sua figlia, mi regalò una moneta con sopra una nave.
Era un pezzo raro a causa di un errore - la nave era stampata nel verso sbagliato - o forse era un errore voluto, chi lo sa?
Mi diede questa moneta con l'augurio di un buon viaggio, e non dovevo partire. Forse si augurava che mi levassi dalle palle? In tal caso me lo augurò con un affetto mal coordinato con l'intento.
Non so dove sia quella moneta ora. Da qualche parte. Ai tempi stavo leggendo Rimbaud e le diede un ancor più intenso significato, e perciò la misi così al sicuro che non la trovo più. Non è mia abitudine vivere di ricordi, e così li dimentico in giro non appena li faccio diventare tali.
VB, qualche mese fa, mi ha regalato una bussola nautica. L'ho qui, ora. Presa dalla libreria dove era stata riposta, perché una bussola in una città - anche se straniera - ha poca utilità.
Le dico spesso (a VB, non alla bussola) di non farmi regali inutili, perché non sono il genere di persona che sappia dare loro un senso. Li metto da qualche parte e lì li dimentico, ben riposti, lamentandomi quando, sistemando la camera, mi trovo piena di questi oggetti che non si possono buttare perché non ha mai avuto senso tenerli.
Ma la bussola, forse, sfuggirà a questo destino, finendo al fianco della moneta.
Se la bussola si volatilizzasse sarebbe come se avesse raggiunto il suo scopo: divenire un puro simbolo. Un oggetto bruciato sull'altare per essere sublimato. Mi piace pensarla così - ma non sono una persona che sappia seguire molti rituali, come non so seguire i ricordi, e così non dipenderà da me il destino della bussola. Indago troppo il rituale per farne uno esplicitamente.
Ma ora è tempo di un rituale obbligato: finire di fare le valigie.

Jan. 3rd, 2010


[info]diosbios

Latousen.

Aristide diviene nome creolo alle orecchie la prima volta che lo si sente.
Si sarà al Latousen, con le narici bruciate da troppe essenze diffuse in stanze sempre chiuse - oppio e chiodi di garofano, e rum e vino acido, artificiali e vendute per naturali, naturali con la possenza di un artificio - si sarà all'entrata ma sarà come essere ospiti abituali, con i vestiti impregnati dei fili di fumo che si disfano solo quando raggiungono il basso soffitto.
Su un divano ingrigito da scorie di pelle umana e macchie di sudore ormai innocue, con vestiti che scoprono quel che andrebbe coperto, una ragazza dalla pelle color caramello lo pronuncerà con quel tono indolente che solo in bocca a una puttana non è sintomo di noia.
Aristide.
Arrota la r raschiando la gola e serra le labbra prima di sputarlo.
Aristide lo riconoscerai per sottrazione, eliminando tutti gli astanti dalla pelle scura o abbronzata, rosolata a fuoco di candela o dorata. Di quel che rimane escluderai tutti gli uomini, e le poche donne, che hanno dipinto in viso l'agio di chi è lì per essere servito.
Esclusi lavoratori e clienti, Aristide è quello bianco come un neon che rivolge servizievoli ma dignitosi sorrisi a chiunque - l'ospitalità di un nobile all'antica, che si toglie il mantello per non far sporcare i piedi al santo - un nobile di un'antichità romanzata per puttanieri santificati.
È così poco credibile come magnaccia che acconsenti alla messinscena per gentilezza - quella faccia giovane, quasi ingenua, facile a sorprendersi davanti a secondarie inezie, ammicca a un'anima da bambino che ci rimarrebbe male, se qualcuno gli mostrasse la dura realtà dei fatti: non intimorirebbe neanche uno zoppo senza protesi. Gente con quel faccino, nel quartiere, non dura una settimana.
Ma Aristide non esce mai dalle mura affumicate del Latousen, e quando lo fa è preceduto dalla fama del Latousen. Clienti temibili rendono rispettabile l'ospite e - benché anche Aristide un paio di volte sia tornato alla tana trascinandosi su arti maciullati - continua imperterrito a essere il neon bianco e soffice a cui potresti spezzare le ossa per sbaglio.
"È questione di riverbero." dice Ajit, cliente stagionale. "Il rispetto in cui viene tenuto dai lavoratori riverbera e viene trasfuso nei clienti, che se lo confermano senza avere prove per smentirlo. È un gioco di specchi."
Ajit è in città per due mesi all'anno, quando la compagnia lo spedisce a coordinare gli incontri dei capi-sede. Un lavoro moderatamente inutile e decisamente umiliante, a sua detta, ma ben pagato.
Al Latousen ci è finito per una breve serie di decisivi equivoci.
Gli era stato detto, tanto per dire, che in un certo posto cucinavano un certo piatto tipico delle sue parti, e lui aveva preso le chiacchiere alla lettera.
Gli era stato detto che era pollo al curry, o forse aveva capito male lui, fatto sta che al Latousen si mangia pollo al rum, bevanda che Ajit odia cordialmente, ma una volta sul posto aveva scoperto che non si trattava di un ristorante - per quanto il Latousen cerchi, a suo modo, di rivendersi anche come tale - e, per quanto Ajit non sia un uomo dedito al vizio, l'accogliente benvenuto lo aveva convinto a pernottare.
Prima dell'alba Sahahie era anche riuscita a fargli mangiare del pollo al rum.
Il gran mistero del successo del Latousen, a detta di Ajit, è che si regge su una serie di ingarbugliati equivoci che nessuno ha motivo di motivo di sciogliere - e ti passa la voglia di indagare mentre una diciassettenne ti spinge pollo al rum in bocca con i propri seni. Ti passa la voglia anche di essere schizzinoso - ed è la cosa più importante, perché senza giochi di specchi e favole per adulti il Latousen apparirebbe tragicamente per quel che è: una bettola sporca e consumata.
Ajit non esclude neanche che la bruma profumata che galleggia su entrambi i piani sia allucinogena. Tossica lo è di sicuro, come lo è non riuscire a respirare per mancanza di ossigeno, ma chi si lamenta di allucinazioni che agevolano un orgasmo?
"Allucinazioni?" domanda Sahahie risucchiando il punto interrogativo tra le labbra. "Questa parola non ha senso, cheri." conclude con una scrollata di spalle e squittisce ridendo.
Sahahie non si è mai preoccupata di domandarsi a cosa possa essere associato quel suo così acuto timbro di voce. Frivola, puerile, vagamente isterica, forse volgare – no, sicuramente volgare – semplicemente stupida – ha sentito queste parole e altre, nel brusio che ogni notte le fa spazio, ma erano di sfondo, lontane e ininfluente, messe a tacere da ben altri epiteti.
"Neanche il Latousen ne ha..." ribatte Ajit, con un centesimo della pedanteria che condisce le sue parole quando coordina le riunioni.
Sahahie, il Latousen, le allucinazioni... Niente che possa essere analizzato, pena il vedere crollare la favola per adulti che gli inturgidisce i sensi prima che la carne.
Riporta le mani sui fianchi di lei – come se potesse cadergli dalle gambe, la piccola Sahahie che non è più piccola da qualche anno, e sparire sotto uno dei tappeti ingrigiti.
"Lo senti, Aristide? Ajit non ci vuole più bene..." lamenta Sahahie con un broncio dipinto per attirare tutt'altro che compassione.
Lo squittio a venire viene soffocato sotto ai baffi di Ajit – che è un buon cliente, di quelli che fanno dire a Nali:
Fossero tutti come lui, Aristide, potresti startene a casa a riposare.
Aristide raddrizza l’ultima bottiglia posata sul bancone, l’ultima del rifornimento di oggi. Sangue di San Patrizio. Un vino speziato, liquoroso, di un rosso così intenso da sfiorare il rosa fucsia, chimico come un trip deliberatamente cercato, sinfonia chiassosa di ingredienti per palati poco fini e assetati di sapori unici,
Come Sahahie, che si divincola ridendo sotto al bacio di Ajit e che, racchiusa tra le mura del Latousen, è una principessa. Di quelle cresciute con la cecità degli eletti.
È una puttana convinta che le puttane siano il più ambito traguardo di ogni uomo – e Aristide le darebbe ragione. Ajit gliene dà ogni volta, come la maggior parte dei clienti.
Come contraddirla?
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[info]qoelet

Vorleser und Zuhörer.

Music and other drugs.
I feel like I were waiting for my Holidays - but I'm on Holiday now. Four days left.
And I feel so bad when I think I'm leaving my mother and my dog and my cat here, like a runaway.
I feel so bad when I think that my mother can speak only her (useless) mother-language - like she's got no way of escape. Yes, I'm being unbearably tragic - but I know she's not happy here, and I do think she'd happier in another place. But she can't choose - that's what makes me so angry.

I'm being lazy. Too much to study and no temperance. I'd lie on my sofa watching TV, easy way to empty my mind - I'd read and write - I'd read, it'd be better, it doesn't ask me to think about anything concerning myself.
I'm reading some short stories by Bruce Sterling, whose non-fiction works I'd never read before, and I enjoy them even though they're so badly translated. I'm getting interested in sci-fi again. I forgot how much sci-fi can be a way to interpret the here and now without impediments like politically correct informal rules.
And I miss irony. Sometimes I say that irony is the only thing I can take seriously, and I'm being so damned serious when I write fiction. My prose is lively like a corpse. And boring. And complicated. Never-ending sentences that say nothing because there's too much to say. A pretty horror vacui, decorated with empty words.
And I took a bad habit: I write "as if" every ten sentences. As if. As if I weren't able to convey what I mean. I don't worship the present indicative - too much propaganda tries to persuade me to speak in a "for dummies" way, "the simpler the better" - but it's not so comforting to think you depict worlds only in the subjunctive. Am I so doubtful? Am I so unable to state something achievable? Why am I putting an end to this entry with a question?




Song of the day: Primavera (Ludovico Einaudi). Watched the movie, read the book - and every time I listen to it I remember why I'm so interested in the law.
Societies think they operate by morality, but they don't, they operate by law.
(And I don't want to remember I must take two written exams, "international law" and "protection of human rights", in German.)

Jan. 2nd, 2010


[info]diosbios

(no subject)

Gesù Cristo siede in un letto d'ospedale - uno qualsiasi, non importa quale, importa che sia uno qualsiasi.
L'infermiera siede due stanze oltre, il mento indolentemente appoggiato sul palmo della mano, e guarda un film senza sottotitoli in russo. Il russo lo riconosce - non saprebbe riconoscerlo tra altre lingue slave, ma associato a quelle divise può riconoscerlo - ma non le torna la presenza del giappocinese a petto nudo che viene angariato a parole e minacce sussurrate da ampi petti gonfi. Il film è in bianco è nero, le riprese tagliano a metà la fronte dei personaggi - un giappocinese collocato lì in mezzo non è la prima stranezza a cui doversi abituare.
Gesù respira, perché stavolta è vivo.
Per questo breve lasso di tempo - quello di una vita - è mortale. Gesù può morire - ma non nell'attimo contingente, con macchine a monitorare i battiti del suo cuore.
Non che se sapessero che è Gesù le cose gli andrebbero troppo diversamente.
Se possibile, cercherebbero di tenerlo più in vita di quanto stiano già facendo - insomma, il Regno dei Cieli dovrà attenderlo ancora per un bel po'.
Poiché il Figlio di Dio è per definizione sempre sincronizzato con lo Zeitgeist, se Gesù potesse vedersi dall'esterno sciorinerebbe ai posteri un commento senza acredine. Qualcosa come:
Che vita del cazzo.
Ma nell'attimo contingente ha gli occhi chiusi e l'unica coscienza che ha è quella morale.
Gesù Cristo è in coma.

Nella stanza di fianco siede tutt'altro tipo di dilemma, il cui problema contingente è di essere cosciente e di avere un'ingombrante gesso là dove si è sempre abituato a vedere il proprio braccio destro.
Preferirebbe la crocifissione per tre giorni e il peso di tutti i peccati umani, se glielo chiedessero - ci volesse tanto a sopportare l'insopportabile quando sai che poi resusciterai intonso come un bebè.
Il problema secondario dell'uomo cosciente, risponde al nome di Nikolaus Schneider, è di essere nato con il volto che ha nello spazio-tempo sbagliato.
Ai tempi del Nazareno non avrebbe sfigurato come apostolo, ma in quelli presenti è condannato ad apparire sempre quantomeno poco convincente quando si tratta di credere nelle buone intenzioni altrui. E quando non è supposto averne risulta semplicemente un po' ambiguo - modo grazioso di dire che ti fa venire in mente il volto a cui penseresti se qualcuno ti dicesse che vogliono fotterti. In modo raffinato e machiavellico, all'occorrenza un po' viscido.
Il problema di Nikolaus è di aver creduto ciecamente all'impressione che dava, accettando il proprio sembiante come un affezionato ma zoppo randagio da portarsi appresso.
Non è il sembiante che ha fatto la sua vita - semmai ne ha caratterizzati alcuni angoli indecisi, ininfluenti, altrimenti noiosi. Il naso troppo lungo e il mento troppo sporgente e dio sa quali sottese minacce che tali eccessi fisiognomici comunicano al prossimo hanno spesso operato da contraccettivo: prevenzione contro quelli che pensano di fotterti con facilità.
Le mani troppo grandi e nodose e veloci, poi...
La mano destra.
Anaïs posa la propria sul gesso gonfio e informe - e, per il Nazareno morto e risorto, fa che non si metta di nuovo a piangere.
"Vado." dice, e ingoia la commozione lacerante con un contegno sorretto da una nobiltà fuori moda, la stessa che le drizza la schiena e rende il suo profilo degno di un bassorilievo su madreperla.
Anaïs è il proprio profilo - o perlomeno quel profilo di punte smussate è l'unica immagine che la mente di Nikolaus riesce a memorizzare, per preponderanza sulle altre.
"Mh." è la laconica reazione dell'ospedalizzato, a cui quel che ha al posto della coscienza ingiunge almeno una goccia di prolissità. Basta continuare a essere quel se stesso che era fino a qualche giorno prima - il fatto che quell'identità ora è dispersa in una fossa che non prevede risuscitamento gli fa uscire parole smorzate. "Grazie, piccola."
"Ci vediamo domani."
"Certo."

Il cadavere - Anaïs lo chiama così - nella stanza di fianco non ha mosso un dito.
C'è da chiedersi se qualcuno lo faccia per lui - qualcuno che lo cambi, pulisca, scuota almeno un po' da quell'immobilità snervante.
Deve puzzare, di sicuro - ed è al pensiero di quel fetore incosciente che Anaïs disperde in sua direzione un po' della compassione che gli è rimasta per la giornata. Non è molta, ma non rivedrà Nikolaus fino all'indomani, e donare gli avanzi non è mai un sacrificio costoso. Solo qualche goccia, le lacrime che non ha pianto, compatimento a basso costo per quell'uomo senza nome.
Puzza che Anaïs non vuole conoscere a parte, anche quell'uomo deve avere buone ragioni per avere qualcuno che vada a trovarlo. Il fatto che non ci sia mai nessuno sa d'iniquità - ma non è il cadavere a conoscerla da prima che lei imparasse a conoscersi, cercando Campanellino in sussulti di solletico, una pazienza lunga quanto la carica di un orologio a pendolo, anni rintoccati da feste di compleanno nella polverosa casa infestata di riflessi.
Non è quell'uomo ad aver rischiato la vita per lei, e quindi - a malincuore - Anaïs pensa che il cadavere può anche crepare in solitudine.
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[info]qoelet

Lost in Translation.

Long time no see.
Two or three years - and I'm here again because of some "Lost in Translation" (never watched the movie) sensation that now I feel - let me clarify this "now" as "Erasmus-Student in Kiel (Germany) since September, now in Italy for some days, who feels she's sort of homeless".
In the past I tried to blend my two LJ-accounts (this and the Italian one) together, but it didn't work. When I need to write I just need to write, without impediments, so I turn to my mother language - and after a little I just happen to have no time, no ideas, no I-don't-know-what's to write in English. As a conclusion, my Italian account hasn't seen an entry in English for ages.
Now I had wonderful reasons to avoid this language: my mind is thinking in German, which poisons the other Germanic language I know. Strange word order, strange structures - and I make such stupid mistakes, like writing "Bier" instead of "beer", like saying "I'll be by M. at 8 PM". Not that usually I master it with talent, but what I've improved in these years is being ruined day by day.
But let me come back to the "Lost in Translation" sensation.
I've been writing for days - since I came back to my Country - against my country-people. Not against the Government, not against the laws, not against a few bad fellows in this Country - no, I just spit insults out and then summed up with something like: there's no solution.
As a logical consequence there should be no sense in writing in my mother language anymore.
I know things aren't that black-and-white picture I just depicted, and that I can't give up conveying things just because I don't love my country-men, but I somehow felt the urge to write in another language. No way that I can do it in German - I can barely stutter some common sentences, and blabber on about incomprehensible matters, incomprehensible even when I speak in my mother language - and so here we are.
I miss my room in Kiel, my toasty room, and the pond and the rabbits and the bucolic environment and the embarrassed kindness of the German.
I miss the sea.
I got interested in seamanship, as a thing to delve into. And I don't know why. I'd like to learn something more about how to sail, but that's not the core of the fascination I feel.
I like to have a seat in some Kneipe in Kiel, the old-fashion Kneipe with sea-people with flip-flops in December and a bottle of Jever. I like seagulls despite their chant, that hurts my ears and makes me feel somehow uneasy. It's like they were being slaughtered.
I miss the silence in my room there, when the windows are closed and all the stress - so stressing to study there, because I must translate everything - slips out of my limbs.
Not that life there is easier than here - but in Kiel I can find some oasis where to rest.
In Kiel I'm not always on the alert - like I am here, and I do ask myself why, why to be always on the alert? There's no sense, I don't live in a dangerous city - but still I am.
The stay in my Country is stressing me, and I feel so weak that I can't gather enough energy to feel safe. I'm frightened - and feeling paranoid.
I'm frightened because I know that the situation isn't as easy as I depicted it; I can't just move to Kiel, because I know that I can enjoy that city as long as I don't know it well. Kiel helped me in finding and inclination out, something that I already knew but never felt so strong, the "Stranger in a Strange Land" (never read it) syndrome.
Kiel let me draw a comparison as well, and I ended up unable to bear my life here, but knowing that the matter is not as easy as a substitution.
I'm frightened because there's no place, now, that I can somehow call "home".

Dec. 28th, 2009


[info]diosbios

Congiuntivi e ciò che ne consegue.

La pubblicità su LJ, tedesca, mi dice:
"Hai un messaggio per voi"
E in televisione chi lamenta i pericoli che la purezza culturale italiana corre lo fa con forme dialettali, sbagliando congiuntivi, confondendo preposizioni.
E io penso che non ho mai creduto all'utopia di un'unica lingua per un unico popolo unito da un'eguale padronanza della lingua di scambio. Le parole sono parole. Un'alta padronanza è richiesta per arringhe incontestabili (e includiamo in questa categoria la fiction con la prerequisita sospensione dell'incredulità) e per pensieri complessi - necessito che la mia lingua abbia il congiuntivo perché penso in congiuntivo come non potrei all'indicativo o al condizionale, non perché saper usare il congiuntivo dona moralità aggiunta.
Perché non mi danno fastidio errori di battitura o grammaticali nell'esposizione senza pretese del proprio pensiero?
Perché ad altre persone sì?

Sono in un momento di transizione che è la vacanza che si pone in mezzo a un periodo di transizione all'estero. Insomma, o ho perso il concetto di "casa", o non l'ho mai avuto, o l'ho sdoppiato.
Sono cose che ho studiato per esami ma viverle è, sorpresa!, diverso. Ed è strambo che qui mi senta precaria in tutt'altro senso che in quello che potevo percepire a Kiel, che qui senta una precarietà che ad agosto non sentivo. Insomma, guardo a Kiel come a un luogo sicuro - e di motivazioni ne potrei addurre tante, ma sono giorni che espongo a chi vuole e anche a chi non vuole i frutti partoriti dal confronto da me fatto tra Lombardia e Kiel, e tali frutti non danno granché nuovi frutti.
Insomma, ho la netta impressione di essere inutile - ossia l'impressione e sensazione media che mi ha accompagnato negli ultimi anni del mio soggiorno italiano, quindi nulla di nuovo.
Oggettivizzo tali sensazioni in desideri e mancanze semplici e becere: voglia di una Currywurst, di birra (di quella che posso bere in Germania), della mia stanza bollente a Kiel, di Schokocappuccino.
Ma non è nostalgia.
È più come il sentirmi in una vacanza alla ricerca del diverso, che però offre meno agii della Madrepatria - con l'atroce postilla che la Germania non è la mia Madrepatria, e quindi per me - ora, adesso, oggi e domani - non esiste un luogo a cui tornare.
Sono scivolata in un interstizio.
E mi sento debole - perché non ho voglia di uscire di casa, perché sento di aver motivo di rifuggire il vicino (senza sapere l'esatto motivo), perché sento di aver motivo di non incontrare lo sguardo dei passanti (non voglio leggere quello che hanno negli occhi, non mi piace ciò che vi trovo), perché il soggiorno a Kiel ha in qualche modo abbruttito anche la presenza delle persone che già mi erano amiche in Italia.
Ora, sappiamo - dalla psicologia in avanti - che l'elaborazione del lutto è un passaggio importante. Necessario per una transizione. Che bisogna salutare un elemento A per poter giovare e vivere l'elemento B.
Ma in questo caso è come se avessi fatto lutto di un elemento A senza però avere un elemento B su cui poggiare i piedi.
E ciò, ovviamente, un po' inquieta.
(Quell'inquietudine di sottofondo che conosco bene, e che in qualche modo si era zittita.)

Ho sognato di andare in Sud Africa per studiare, piombarci da un giorno all'altro senza sapere nulla e trovare difficoltà significative (come il non avere un posto in cui dormire per la notte).
Ho sognato di essere discriminata in quanto bisessuale da chiunque, ossia: dalla cultura ospitante. Ossia: no soluzione, no spiraglio.
Nel sognare ciò mi sono ripetuta spesso, fremente e angosciata, che non potevo desistere. Che erano sì difficoltà peggiori e maggiori di quelle che in precedenza avevo affrontato, ma la vita va o non va a gradini?
Il sogno mi ha lasciato addosso una sensazione che, se pur mai ho provato, ho percepito come nuova, sconosciuta e insormontabile - e parlo semplicemente della sensazione di essere discriminata.
Il lato che non so se prendere positivamente o negativamente è che, quando mi trovavo a ingaggiare combattimenti fisici con gli autoctoni, loro erano sempre ubriachi e perciò debilitati e perciò non ero io a soccombere.
Buona stima della mia determinazione o sottostima dell'altrui lucidità?
Lasciamo ai posteri il verdetto, ma mi domando quando mi abbandonerà quella brutta sensazione - Durchbruch al negativo - e se debba veramente abbandonarmi, o se debba custodirla gelosamente. Se è esattamente ciò che stavo cercando - e allora dovrei indagare le mie ricerche, potrei dirmi, ma si sa che tendo un po' agli abissi e che penso che il fare altrimenti sia "ipocrita" (parola più o meno a caso, sì).

Mi sono stancata in fretta di lamentarmi in Italia dell'italianità, vuoi per il senso di inutilità che provo, vuoi perché mi proietto in un momento in cui non avrò più bisogno di lamentarmene. Vuoi perché lamentarsene fa parte dell'italianità. Vuoi perché lamentarsene significa avere a che fare con italiani in quanto tali, e ne ho una sincera non-voglia.
Mi sto alienando.
È esattamente da che ero arrivata a Kiel che avevo smesso di tendere a questa voluta alienazione. Anzi, dovevo convincermi di volermi alienare un po', per convincermi a non uscire con gente varia.
L'equazione mi sembra semplice.
La parte difficile è l'organizzazione dell'applicazione.
(E no, non ho eletto la Germania a mia patria fino a che morte non ci separi; il must non è piantare radici in Germania, ma strappare quelle radicate in Italia. Perché ho un ego dalle alte pretese, e l'Italia proprio non può, a meno che non riversi le mie pretese su un paio di cazzate utili quanto un depila-narici di ultima generazione senza garanzia e con servizio assistenza intermittente.)




Weir mi ha regalato una felpa della NYPD originale (il che implica che il ricavato va a pagare i colleghi di Horton) di quattro o cinque misure in più, e ho questa smania di portarmela a Kiel. O_o

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